Sabato 28 marzo le “Donne coraggio” arrivano a Carloforte
In scena al Teatro la Bottega il giornalismo parlato di Livia Grossi, spettacolo di grande successo nelle principali città d’Italia
Dopo essere andato in scena a Lugano, Milano, Napoli, Catania, Torino, Pisa (nei migliori teatri, festival e centri culturali), arriva a Carloforte uno degli spettacoli più originali del panorama teatrale. Unisce reportage, musica, foto e video per raccontare storie che provengono dal giornalismo, ma che non leggerete sulla carta stampata né sui social. L’autrice è Livia Grossi, giornalista del Corriere della Sera che ha voluto portare in scena le vite di chi non ha voce.
“Nonostante voi, storie di donne coraggio” è il titolo del suo “giornale parlato” ovvero come trasformare il palco in un magazine e a farlo è proprio lei, donna coraggio a sua volta e voce recitante.
Accompagnato dalla musica dal vivo di Andrea Labanca, sullo sfondo le foto e video di Emiliano Boga, Alex Majoli, Alberto Roveri, Jacopo Barsotti, con la regia Gigi Gherzi e il patrocinio di Amnesty International, èla prima proposta dei Botti du Shcoggiu per la nuova stagione. Appuntamento sabato 28 marzo alle ore 20 al Teatro Bottega di via Venezia. Uno spettacolo assolutamente da non perdere che fa riflettere sulle strade della comunicazione e conoscere vari aspetti dell’universo femminile in diversi Continenti, preceduto da un ironico monologo sui requisiti per ottenere in Italia la carta d’identità di donna.

“Lo spettacolo è all’interno di Passaggi di Primavera, piccola rassegna con tre eventi dedicati alle donne” dice la direttrice artistica, Susanna Mannelli. “Seguirà un dibattito con Livia Grossi, poi una cena con gli autori a prezzo convenzionato”.
Il valore della donna come individuo al di là dei tradizionali ruoli sociali di madre, moglie e figlia è al centro della narrazione. Un viaggio tra parole e musica che s’interroga sull’identità individuale e pubblica, sull’informazione e la sua reale condivisione. In scena riflessioni e testimonianze di donne italiane e straniere, storie di resistenza al femminile raccolte sul campo. Tra le intervistate l’albanese Puska, vergine giurata. Una donna di 66 anni che da oltre 40 anni ha deciso di diventare un “uomo” per difendere diritti e dignità. Un cambio d’identità sociale non biologico: se la donna è nubile e non si vuole sposare, seguendo le regole del codice del Canun può assumere il ruolo del capofamiglia. Dal giorno del suo giuramento si veste, si comporta e pensa come un maschio e come tale viene considerata dalla comunità. Una scelta irreversibile.

Maria, rifugiata politica dal Sudamerica, simbolo di tutte le dittature, viene arrestata con l’accusa di terrorismo, costretta per 8 anni in una cella di 2 metri per 3, viene derubata del figlio mentre lo stava allattando e liberata in seguito alla sua riconosciuta innocenza, mentre il marito resta in carcere altri due anni. Libera ma disperata ed esule in Italia. Una donna che non ha mai perso il coraggio e la fiducia in se stessa e nella Giustizia. Una storia di abuso di potere che supera confini geografici e temporali.
La senegalese Marietù, N’Daye dopo aver subito l’infibulazione, come il 27% delle donne del suo Paese, è diventata una delle portavoce contro la mutilazione genitale femminile. Un’Antigone africana di 46 anni che dopo che ha visto morire le sue giovanissime figlie e ha deciso di ribellarsi alle “regole” che impongono alle bambine di venire amputate e cucite nelle zone intime fino alla prima notte di matrimonio. Marietu con l’aiuto di un Ong locale e l’Unicef italiana, è riuscita in 10 anni di lavoro girando nei villaggi, di capanna in capanna, fino a 5000, a stimolare un enorme movimento di donne che ha fatto cambiare le leggi del Parlamento di Dakar.
“I miei spettacoli sono andati in onda come radiodramma per la radio Svizzera” dice Livia Grossi, che torna in scena a Milano il 13 marzo, “ho insegnato all’Accademia dei Filodrammatici e alla Nuova Accademia delle Belle Arti di Milano, ho formato una redazione che scrive per andare in scena lavorando con rifugiati politici, donne sieropositive, ex detenuti. La notizia in quell’occasione erano i loro pensieri, le loro vite. Il mio lavoro è far conoscere una cronaca e una diversità che spesso nessuno racconta più”.
Susanna Lavazza
