Widad Tamimi presenta il suo ultimo libro venerdì 10 aprile alle 18.30
Intervista all’autrice: “provo orgoglio per la comunità di Carloforte”
“Dal fiume al mare – storia della mia famiglia divisa tra due popoli” di Widad Tamimi (ed. Feltrinelli) viene presentato domani, 10 aprile, all’Exme alle 18.30. Sarà Andrea Luxoro a dialogare con l’autrice, di madre ebrea e padre palestinese, che da anni frequenta l’isola di San Pietro. Un libro intenso, non solo un memoir, un delicato incastro tra vicende intime e mondiali, che ha già riscontrato recensioni molto positive dalla critica e dal pubblico. Widad Tamimi ha studiato diritto internazionale a Londra e lavorato nei campi profughi, è giornalista, scrittrice, madre di tre figli. L’abbiamo intervistata
Quanto ti è costato scrivere questo libro o quanto ti è stato di sollievo?
“Scrivere questo libro è stato veloce. Erano pensieri già molto consolidati. Le parti più difficili sono quelle che coinvolgono la sfere delle relazioni con le persone amate. È un momento di grave sofferenza del mondo e soprattutto il dolore si sente in modo cocente nelle famiglie di origine ebraica e in quelle palestinesi. Ma le vere fatiche sono arrivate dopo pubblicazione ed è giusto che sia così. Scrivere non deve mai essere un atto di arroganza, soprattutto quando i temi sono tanto delicati e complicati. Ora comincia il confronto con chi la pensa in modo diverso e per me è importante ascoltare, mettermi in discussione, ma ogni processo di crescita deve inevitabilmente passare attraverso fasi di trasformazione, rimescolamento e questo libro è per me un’occasione. L’occasione di incontrare molte persone e confrontarmi con tanti, per creare una nuova coscienza collettiva rispetto ad argomenti che riguardano tutti. Gaza non è solo Gaza. Gaza è diventata un’unità di misura, per capire a che punto siamo nella conquista universale dei diritti umani di tutti”.
Secondo te ci sarà mai un giorno in cui Palestinesi e Israeliani disegneranno mappe condivise della loro terra?
“Ben dice Gad Lerner, ricordando la frase biblica del Libro dei Giudici, “Muoia Sansone con tutti i Filistei”. Palestinesi e Israeliani dovranno trovare un modo di vivere insieme, nell’unica terra che amano. Insieme vivi o insieme morti, è l’unico futuro possibile. Anche l’Europa è stata attraversata da grandi guerre, ma il buon senso fa prevalere la pace, ad un certo punto. Nessuno desidera vivere in stato di guerra permanente”.
Che cosa racconti ai tuoi figli quando vuoi sintetizzare la situazione attuale in Medio Oriente?
“Sto scrivendo un libro dedicato ai ragazzi su Gaza e sul diritto internazionale. Ogni volta che ne scrivo un capitolo lo discuto con loro. Dico poco, credo le azioni contino più delle parole. Sanno che credo nei diritti umani e sono disposta a lottare per salvare una vita umana a costo di compromettere la mia stessa salute. Sanno fin dalla primissima infanzia che casa nostra è aperta ad ogni persona che ne ha bisogno e che a loro è chiesto di partecipare a questo principio attivamente. Nulla ci appartiene e un giorno potremmo essere noi ad avere bisogno di un’anima buona. Anzi, a noi è già successo di essere i profughi in fuga dalla discriminazione e dalla guerra. Non siamo stati soli, ci sono persone che ci hanno soccorso e oggi è il nostro turno. I bambini sono abituati a spostare i propri letti e fare posto a quelli di altri. Quel che più li mette in difficoltà e che è certamente l’esercizio più faticoso per l’umanità è non odiare. Ci sono volte in cui cadono nella trappola del tifo: amano i palestinesi e provano rabbia verso gli israeliani. Quelle sono le discussioni più complicate. Spiego che siamo tutti umani, non esistono cattivi e buoni. Siamo tutti potenzialmente buoni e potenzialmente cattivi, ma la condanna può essere solo portata avanti dai tribunali, se desideriamo un mondo diverso”.

Si parla anche di Carloforte nel libro? Se no, puoi raccontare che valore ha per te quest’isola ?
“Quest’isola è sempre stata il luogo in cui ritrovare la salute mentale, per me. Mi basta uscire in giardino, disboscare, tagliare la legna, stancarmi fisicamente invece che esaurirmi psicologicamente per ritrovare l’equilibrio giusto per andare avanti. Ma in questi due anni Carloforte è diventata molto di più. È diventata la famiglia che ho sempre cercato, la comunità che si spende per il prossimo, accoglie, si interroga, partecipa al mondo invece che isolarsi nella posizione che fisicamente la contraddistingue. Un’isola ha due possibilità: escludersi dal mondo o diventare luogo di accoglienza per chi si ritrova, anche solo figurativamente, perso in mezzo al mare. Carloforte ha deciso per questa seconda soluzione e io provo grande orgoglio per questa comunità”.
Susanna Lavazza
