Giochi della Gioventù: come trovare squadre di vari sport dentro miniclassi?
Le contraddizioni della nuova legge, tra attività motoria e agonismo dei nostri ragazzi
Il ritorno dei Giochi della Gioventù è il risultato di una sinergia tra il Ministero dell’Istruzione e del Merito e il Ministero per lo Sport e i Giovani. L’obiettivo è trasformare l’attività motoria da “ora di svago” a pilastro fondamentale della crescita civile e sociale dei ragazzi. Dopo anni di attesa, la manifestazione sportiva scolastica nata nel 1968 per ragazzini dai 7 anni torna in una veste rinnovata. Non solo competizione, bensì un percorso educativo per contrastare la sedentarietà e promuovere un benessere sia fisico che mentale. Ma non tutti sono d’accordo con il progetto “Nuovi Giochi della Gioventù” perché le scuole con poche classi e pochi alunni sarebbero penalizzate. Ad esempio quelle della Sardegna e in particolare dell’isola di San Pietro.
Lo sottolinea Andrea Granara, docente presso la Scuola Secondaria di 1° grado di Carloforte, tutor didattico presso la Facoltà di Scienze Motorie di Cagliari, docente presso la Federazione Italiana Nuoto, dirigente sportivo, ex Tecnico e giocatore di Pallanuoto. “Fino allo scorso anno, i Campionati Studenteschi si basavano sulla formazione di “Rappresentative d’istituto”: i docenti selezionavano gli studenti più portati per uno sport di squadra così da difendere i colori della scuola nelle fasi provinciali e regionali. Con la Legge n. 41 del 2025 la struttura cambia. La partecipazione viene ora vincolata al gruppo-classe e, precisamente, a una singola classe per Istituto per ogni categoria, con tutti gli inevitabili problemi di riuscire a formare una squadra di qualsiasi disciplina. Non sono quindi più i singoli atleti eccellenti a essere convocati per la formazione della squadra, ma è una sola intera classe a dover aderire e partecipare” spiega Andrea Granara. “Questa impostazione solleva criticità gestionali e pedagogiche. Come può un Istituto comprensivo individuare un’unica classe rappresentativa? Per ciascuna disciplina sportiva si dovrebbero organizzare fasi d’istituto interminabili, con alterazione del curricolo scolastico: gli spostamenti massicci di intere classi e la sottrazione di ore alle altre lezioni graverebbero sulla didattica generale, creando disagi organizzativi. Scegliendo una sola classe, inoltre, si finisce per escludere proprio gli alunni più dotati e talentuosi che appartengono ad altre sezioni. Insomma in nome di una presunta collegialità, si nega il diritto all’eccellenza e al merito sportivo di chi ha interesse, di chi investirebbe tempo e passione in una specifica disciplina, accendendo — come spesso accade — quella “scintilla” anche in altri compagni. Dobbiamo ricordare che le gare sportive sono una simulazione della realtà e hanno obiettivi diversi dal lavoro quotidiano in palestra. Se l’attività curricolare cura il processo, la gara deve curare il confronto e la sana competizione. Nello sport, come nella vita, il talento, l’impegno, la passione, il sogno, il divertimento portano naturalmente a dei risultati. Cosa c’è di male nel selezionare i migliori per una competizione? Che paura fa la gara tra i più forti? Del resto non concorriamo tra i più forti per accedere al mondo del lavoro? Anche perché la partecipazione non passa solo dal campo: i ragazzi che “tifano” per la squadra del proprio Istituto vivono un momento di aggregazione e identità straordinario”.

A Carloforte le classi delle medie hanno circa 20 alunni e quest’anno alle elementari c’è una sola classe prima. Prosegue Granara , che l’anno scorso aveva 124 alunni, auspicando una riflessione: “La rappresentativa d’istituto crea un senso di appartenenza che unisce tutti, anche chi non gioca, in un unico coro. Privare la scuola della “sua” squadra significa togliere agli studenti il diritto di sostenere i propri colori. Se uno studente coltiva con dedizione una disciplina fuori dall’orario scolastico, perché la scuola dovrebbe rinunciare a valorizzare il suo bagaglio? Un’istituzione moderna dovrebbe riconoscere e premiare il merito ovunque esso maturi. Negare la possibilità di far emergere le eccellenze in nome di una partecipazione “per classe” non è inclusione, ma appiattimento: si finisce per ignorare l’identità del singolo, costringendolo a una dimensione collettiva che non ne valorizza lo sforzo. Una scuola realmente inclusiva è quella che permette a ogni studente di trovare il proprio spazio. Privare i giovani del diritto di misurarsi significa venire meno a una parte fondamentale del nostro mandato educativo”.
Guido Lussu
